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Afghanistan: enduring freedom

Seconda parte

Arena del Sole
Sala Leo de Berardinis

A proposito di questo spettacolo

The Great Game: Afghanistan è un affresco teatrale commissionato dal Tricycle Theatre, la più grande officina di teatro politico inglese, a tredici autori tra i più interessanti del teatro anglofono. “È un esempio di quel teatro anglofono che ci piace e ci somiglia, e la vicenda dei rapporti tra Occidente e Afghanistan è metafora di tutti gli errori fatti in Asia. Ci sembra importante riaffermare la nostra fiducia nella capacità del teatro di raccontare grandi storie e di tornare ad avere una funzione “epica”, nel senso di elemento catalizzatore di una comunità attorno a grandi temi di interesse comune, di strumento utile per leggere il mondo contemporaneo e interrogare la storia. I testi che danno vita all’epopea di Afghanistan sono un esempio perfetto del ruolo centrale che a nostro avviso il teatro può tornare ad avere nella comunità degli uomini. I diversi autori ci restituiscono il risultato di un lavoro di ricerca storica spesso accuratissimo, ma lo trasformano in vero teatro, emozionante, toccante e a volte poetico”.

Ferdinando Bruni, Elio De Capitani

 

Afghanistan: enduring freedom è composto da cinque tesi che raccontano il periodo 1996-2010

Il leone di Kabul di Colin Teevan (Dublino, 1968)
Siamo nel 1998, nello zoo di Kabul scelto dai talebani per un incontro con Rabia, la direttrice operativa di un’agenzia ONU. La donna è accompagnata dal suo interprete e vuole avere informazioni sulla sorte di due suoi collaboratori scomparsi. Khan, un mullah talebano, arriva accompagnato da un giudice. Non le rivolge parola, non perché non sappia l’inglese, ma perché essendo una donna non la considera un interlocutore degno. Tramite l’interprete il mullah le rivelerà la sorte orrenda dei due e via via emergeranno tutte le contraddizioni della posizione delle Nazioni Unite. Allo stesso modo diventerà evidente la difficoltà di un dialogo tra due sistemi di valori lontanissimi, dove non solo i concetti di bene e male, diritti e giustizia sembrano inconciliabili, ma l’idea stessa di individuo e collettività sono agli antipodi: «Gul e Faisal hanno solo diritti in quanto membri di una comunità. Cos’è un individuo? Un individuo è una foglia in balia del vento. La comunità è un albero che resiste alla tempesta».

Miele di Ben Ockert (drammaturgo inglese)
Al centro la figura del comandante Massud, il leone del Panshir. Nella prima parte (ambientata dall’autore nel 1996 all’ambasciata americana di Islamabad, poi nell’ufficio del comandante a Kabul) va in scena il suo tentativo di ottenere dagli americani aiuti e una presa di distanza dai talebani e dal Pakistan). Nella terza scena viene raccontata la sua morte, l’8 settembre del 2001 in un rifugio nel nord dell’Afghanistan, assassinato pochi giorni prima dell’attacco alle torri gemelle.

Dalla parte degli angeli di Richard Bean (1956, drammaturgo inglese)
Ambientato tra l’Inghilterra e l’Afghanistan, il testo è un confronto tra culture ma anche tra diversi modi di intendere l’intervento umanitario, le modalità con cui attività le Associazione non governative si relazionano con i popoli per i quali operano.

Volta stellata di Simon Stephens (autore inglese, nato nel 1971, ha scritto una trentina di testi e con Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, riscrittura del romanzo best seller di Mark Haddon, ha vinto sette Laurence Olivier Awards nel 2013 e 4 Tony Awards).
Due scene si svolgono in un bunker sotterraneo e in un villaggio che deve essere “messo in sicurezza”. I protagonisti sono soldati inglesi di stanza in Afghanistan. La terza scena si svolge a Manchester, a casa del sergente Jay Watkins che, tornato dalla missione, deve con confrontarsi con la quotidianità di un paese che vive in pace, con la moglie e con tutti i dubbi del suo ‘lavoro’ di soldato che dovrebbe portare sicurezza, democrazia e pace in un paese martoriato.

Come se quel freddo di Naomi Wallance (drammaturga e poetessa americana, 1960).
Un testo struggente e poetico. Due giovani sorelle afghane di 13 e 15 anni si incontrano in una scena semi-vuota. La più grande, dai modi e dall’aspetto più occidentale, fa fretta alla piccola, vestita tradizionalmente, perché un taxi le sta aspettando per portale all’aeroporto, da dove fuggiranno in Inghilterra. La piccola è titubante e spaventata, non vuole partire.  Sembra non si siano viste da parecchio tempo: nel loro dialogo s’intrecciano i ricordi, le speranze, i timori per il futuro e i giochi di quando erano bambine  in un’atmosfera che si fa via via onirica.
In un angolo un giovane soldato statunitense, Sergio, si sveglia su di un letto senza materasso con un sacco di sabbia come cuscino. È convinto di trovarsi a casa, si sente confuso come dopo una sbronza. A un certo punto si accorge della presenza delle sorelle. E cerca di ricordare come siano capitate a casa sua, dove può averle incontrare… Il dialogo con le sorelle lo porta lentamente a prendere coscienza di non trovarsi nella sua stanza. Le due ragazze ricostruiscono l’azione di guerra di cui Sergio è stato protagonista, un rastrellamento nel loro villaggio cha ha avuto esiti tragici. E prende corpo un’altra realtà: forse si sono incontrati in un sogno, in uno di quegli  istanti tra la vita e la morte dove tutto è possibile.

Dati artistici

di Richard Bean, Ben Ockrent, Simon Stephens, Colin Teevan, Naomi Wallace
traduzione Lucio De Capitani
regia Ferdinando Bruni e Elio De Capitani
con Claudia Coli, Michele Costabile, Enzo Curcurù, Alessandro Lussiana, Fabrizio Matteini, Michele Radice, Emilia Scarpati Fanetti, Massimo Somaglino, Hossein Taheri, Giulia Viana
scene e costumi Carlo Sala
video Francesco Frongia
luci Nando Frigerio
suono Giuseppe Marzoli
co-produzione TEATRO DELL'ELFO e EMILIA ROMAGNA TEATRO FONDAZIONE
in collaborazione con Fondazione Campania dei Festival-Napoli Teatro Festival

 

foto di Laila Pozzo

una produzione di Afghanistan: enduring freedom • Produzione Emilia Romagna Teatro

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