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29 settembre 2021, Bologna

Incontro 𝗖𝗥𝗘𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗜, 𝗣𝗥𝗔𝗧𝗜𝗖𝗛𝗘 𝗘 𝗙𝗢𝗥𝗠𝗘 𝗗𝗜 𝗩𝗜𝗧𝗔

Lola Arias dialoga con Piersandra Di Matteo e Gerardo Guccini

Nel quale si racconta di un teatro che entra nelle ferite della contemporaneità; di cosa significa portare nella scrittura scenica un’idea di parzialità, della creazione di uno spazio antagonista, luogo di incontro di parti inconciliabili.

La scrittura teatrale di Lola Arias è un processo che accade, non sono interviste o semplici testimonianze ma un lavoro artistico che si scrive con il corpo volta dopo volta. Si tratta di un’elaborazione del testo che permette ai e alle performer una distanza da sé per raccontare la propria storia in scena, per trovare la forza di addentrarsi in storie dolorose, difficili da dire.

Il teatro inteso come spazio dell’utopia e dell’esplorazione dell’umano in cui la “microstoria”, la storia privata, rappresenta una lotta politica che incide nella “Storia”, un’esplorazione di ciò che succede tra la gente perché ciò che ci spaventa o ci sembra impossibile in realtà accade già.

Per trovare i e le performer di Lingua Madre sono state intervistate più di 70 persone, le storie di tutti e di tutte erano preziose e da ascoltare, per lo spettacolo sono state scelte persone che portavano avanti una lotta rispetto alla maternità, che sentivano il bisogno che la propria storia fosse vista per essere riconosciute.

1 ottobre 2021, Bologna

Arte pubblica 𝗛𝗘𝗥 𝗻𝗮𝗺𝗲 𝗶𝘀 𝗥𝗲𝘃𝗼𝗹𝘂𝘁𝗶𝗼𝗻 | CHEAP e Rebecca Momoli

Di come in una giornata di sole le strade si riempiono di corpi affermativi. Abitanti di Bologna camminano per le strade guardando i telefoni, guardando il pavimento. I primi ad alzare lo sguardo sono i turisti, turisti portoghesi che cercano di comprendere il reticolato labirintico che attraversano, alzano lo sguardo si fermano e si interrogano. O que estamos olhando? Cosa stiamo guardando?

Poi, tra coloro che alzano lo sguardo mentre camminano, ci sono donne, di età diverse, una incinta tira fuori il telefono e fa una foto a una foto. Il soggetto è il corpo di un’altra donna incinta, sulla pancia è scritto HER name is revolution; fa la foto un po’ di fretta, a mo’ di promemoria per la sua nuova vita.

Anche chi va in bicicletta, costretto dal mezzo a guardarsi intorno, rallenta la corsa e si volta per vedere.

Il lavoro di Rebecca Momoli realizzato insieme a CHEAP street poster art sono corpi vivi, che esprimono l’esperienza del tempo, che reclamano uno spazio, mostrandosi nella loro nudità intesa nella sua accezione più profonda, sono corpi che si mostrano come sono, senza pose, esistendo. Sono corpi che chiedono alleanza, complicità: 𝘴𝘰𝘳𝘦𝘭𝘭𝘢𝘯𝘻𝘢. E questi corpi diventano necessari nel tessuto urbano perché ci ricordano che 𝘪𝘯 𝘶𝘯 𝘮𝘰𝘯𝘥𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘤𝘪 𝘷𝘶𝘰𝘭𝘦 𝘱𝘪𝘤𝘤𝘰𝘭𝘦 𝘳𝘪𝘷𝘦𝘯𝘥𝘪𝘤𝘢𝘳𝘦 𝘴𝘱𝘢𝘻𝘪𝘰 è 𝘶𝘯 𝘢𝘵𝘵𝘰 𝘳𝘪𝘷𝘰𝘭𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘢𝘳𝘪𝘰.

 

Rebecca Momoli per CHEAP | HER name is revolution | Matria

3 ottobre 2021, Bologna

𝗧𝗛𝗘𝗔𝗧𝗥𝗘 𝗢𝗙 𝗪𝗔𝗥 | film e incontro con Lola Arias

La genesi dei processi creativi, come il trascorrere della vita, è guidata dal desiderio ma anche dalla casualità.

Mi è venuta tristezza, alla fine ti rendi conto di quanto sia inutile questo dolore, inutile la Patria dice, sussurrando nelle ultime file del Cinema Lumière, a fine proiezione, una donna a un’altra; i protagonisti del film, nella Patria, ci devono credere, se no non potrebbero morire, rischiare la loro vita, la Patria è una fede, come Dio, dice quasi come se fosse una risposta la regista Lola Arias dal palco.

Il film appena proiettato narra dell’incontro di tre veterani argentini e tre veterani inglesi dopo circa 30 anni dalla fine della guerra Malvinas/Falkland, dell’incontro di antichi nemici.

E dopo 30 anni lo spazio e il tempo che i protagonisti condividono marcano un cambio di prospettiva. I sei militari non si incontrano più sul campo di battaglia e vengono diretti da una donna argentina incinta, un’artista. Il loro obiettivo non è più la guerra ma la creazione di un progetto artistico, la ricerca di un linguaggio comune, per raccontare cosa fa la guerra alle persone. A un certo punto del film i sei uomini compongono una band, cantano una canzone, attraverso la musica fanno domande ingombranti a chi la guerra non l’ha conosciuta. 𝘚𝘦𝘪 𝘮𝘢𝘪 𝘴𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘤𝘰𝘯 𝘭𝘢 𝘮𝘢𝘥𝘳𝘦 𝘥𝘪 𝘶𝘯 𝘵𝘶𝘰 𝘢𝘮𝘪𝘤𝘰 𝘴𝘶𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘶𝘢 𝘵𝘰𝘮𝘣𝘢?

5 ottobre 2021, Bologna

Lingua Madre e incontro con la compagnia, Lola Arias e Piersandra Di Matteo

Oggi è stato assegnato il premio Nobel per la fisica allo studio dei sistemi complessi. Oggi ha debuttato dopo 2 anni di prove e ricerche lo spettacolo Lingua Madre; è uno spettacolo che prova a far emergere la complessità del venire al mondo. Racconta della solitudine, del silenzio e della comunità, della magia che accade quando si crea una rete di relazioni e sostegno. 

Gli stormi di uccelli, studiati dal premio Nobel, non hanno un leader, scelgono la loro direzione attraverso l’interazione con gli altri e lo spettacolo sembra suggerire che sia proprio attraverso l’interazione, il dialogo che si possano scoprire delle nuove possibilità, che si possa ampliare il desiderio. 

Questo debutto è un po’ una giornata di festa che sembra suggerire a noi spettatori idee e domande a cui non avevamo pensato prima. Così ci dicono è stato per i e le performer: un processo in cui attraverso l’ascolto dell’altro è stato possibile modificare la visione su di sé, perché nel momento in cui si apre lo sguardo la mia storia inizia a essere la storia di tutti. 

Trovare le parole per raccontarsi è doloroso, raccontano i e le performer: è stato necessario posizionarsi dentro le parole, parole scomode che denudano, ma è stato questo spogliarsi a creare famiglia e a permettere di scoprire la forza di mostrarsi, che trasforma la parola macigno in testo liberatorio. Il racconto di sé, nel processo creativo accompagnato dall’artista Lola Arias, diventa scultoreo, di cesellamento e sottrazione. Un processo alla ricerca dell’armonia e dell’espressione di storie in potenza, storie di lotte in divenire, storie di figli che aspettano che il mondo sia pronto per riconoscere i loro genitori.

6 ottobre 2021, Bologna

I nove mesi dopo | Film e incontro

È una giornata di pioggia fuori dal cinema Lumière, gli ombrelli sembrano isolare il pubblico in attesa di entrare, ma è un isolamento passeggero, quando avviene un riconoscimento di sguardi, un abbraccio rompe la distanza. 

Si respira l’emozione dell’esposizione, dell’emersione della paura individuale, del non detto, del mai detto. Nella sala, prima della proiezione, si respira l’atmosfera di un segreto che sta per essere svelato. La tensione della difficoltà di dirsi e accettare ciò che si ha da dire. Il bisogno di legittimare il sentire emotivo nella sua complessità, nel suo essere problematico.

Dal racconto emerge la solitudine e la forza delle madri protagoniste di andare avanti con quel legame, la prole, che le accompagnerà sempre. Il significato di questo sempre è soggettivo e molteplice, ci dice che ogni relazione è unica e mutevole.

C’è un bisogno di respirare e c’è la fatica, due ingredienti costanti del continuum della vita. Emerge un bisogno di confronto, di usare la propria parola e di incontrare la parola dell’altra per tornare a pensare a sé, per riconoscersi e sentirsi vicine.

8 ottobre 2021, Bologna

Madre / spettacolo

Il teatro San Leonardo è all’interno di una chiesa, la volta scrostata ricorda un cielo stellato disegnato; questo luogo sembra accentuare la dimensione rituale del teatro, il pubblico entrando in sala abbassa la voce nell’attesa del gesto artistico. 

Rimbombano i tacchi di scarpe maschili, ultimi spettatori a entrare, mentre due giovani innamorati provano a confondersi nel leggero brusio rimasto e si sfiorano le mani. Senza nessun segnale scende il silenzio e poi il buio. Montanari, Ricci e Roccato cominciano, in questa quiete, un’azione sfumata e tesa.

Lo spettacolo è una dimensione altra in cui si intrecciano quattro lingue, il testo poetico di Martinelli, la voce, il disegno e la musica. Linguaggi diversi, apparentemente intraducibili, raccontano punti di vista possibili di una stessa visione alla ricerca di un dialogo tra loro, di un’armonia. 

È un’esplorazione intorno all’enigma del rapporto tra madre e prole; sembra di credere che sia possibile, per un attimo, scrutare il mistero insieme, possibile scrostare la solitudine attraverso la ricerca di un ritmo comune, un respiro interno, la vita.

10 ottobre 2021, Bologna

Maternal | film

La domenica mattina ha un che di privato. Le strade della città sono vuote, i negozi chiusi, c’è solo un’edicola aperta e un gruppo di persone silenziose in coda fuori da una pasticceria, la città sembra respirare un clima di domestico riposo.

Questo è il contesto in cui viene proiettato, in una sala gremita del cinema Lumière, il film “Maternal”. È una storia di gesti quotidiani, di piccoli oggetti che esprimono la vitalità della routine. Ogni personaggio ha i suoi, come delle personali wunderkammer che esprimono un universo in miniatura, ogni personaggio espone un mondo individuale che incontra quello degli altri attraverso rapporti concreti e necessari. 

È un mondo femminile in cui il conflitto nasce dalla contraddizione del desiderio. Ed è questo desiderio che è foriero del dubbio sulla propria direzione e che genera relazione. Il film, in cui recitano attrici professioniste e persone alla prima esperienza davanti alla macchina da presa, ci mostra un mondo in cui la costruzione dei rapporti  non può avvenire che attraverso le imprevedibili dinamiche dell’esperienza che la vita ci impone.

Le immagini diventano generatrici di un campo di esplorazione della complessità della maternità oggi. A fine film, in sala, l’attrice protagonista Lidyia Liberman insieme al direttore di TTFF Jonathan Ferramola e al pubblico aprono una riflessione sulla condizione dell’essere madre nel mondo del lavoro. Il dibattito si accende sulla condizione delle lavoratrici, fa affiorare la paura dell’esclusione dalla vita professionale, la frustrazione di una realtà ancora oggi discriminatoria e l’importanza di condividere le proprie storie nello spazio pubblico come atto politico, motore di lotta e cambiamento.

12 ottobre 2021, Bologna

𝗠𝗮𝘁𝗲𝗿𝗜𝗔 – 𝗧𝗿𝗲 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘁𝘁𝗿𝗶𝗰𝗶 𝗱𝗲/𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗼𝗻𝗼 𝗹𝗮 𝗺𝗮𝘁𝗲𝗿𝗻𝗶𝘁𝗮̀ | incontro

La Biblioteca Salaborsa sembra una piazza coperta, la sua architettura rimanda a un’arena pubblica, a un luogo di scambio. è qui che avviene l’incontro di tre scrittrici: Giulia Caminito, Maria Grazia Calandrone, Gaia Manzini insieme alla ricercatrice Valentina Greco. 

I loro sguardi comprendono punti di vista allargati sulla maternità, la letteratura diventa uno strumento di indagine che a partire dal sé va verso le possibilità dell’altra. In questo dialogo emerge una matria non come paradiso senza conflitto ma come luogo non giudicante in cui possa emergere la contraddizione della complessità legata al venire al mondo, la tensione tra amore e ferocia. 

Matria accoglie visioni molteplici: la maternità diventa racconto della relazione tra madri e figli, rapporto che diventa atto narrativo e che può, nel racconto letterario, prendere la concretezza della realtà. Maternità è vista, tra le altre sfumature, nella sua assenza, nella “malattia del vuoto”, nel fantasma della sterilità. Nello spettro delle possibilità la maternità può essere anche frammentata attraverso la biologia e affiorano così le domande: chi ha diritto di essere madre? Quando si diventa madri? Perché insieme a un figlio viene al mondo anche una, almeno una, madre.

13 ottobre 2021, Bologna

Lettera a una madre /spettacolo

Lettera a una madre è un flusso che prende direzioni inaspettate; è diretto dalla voce e dal corpo di Sonia Bergamasco. Nell’interpretazione affiorano immagini relazionali che combattono la solitudine delle parole, queste prendono senso nella loro giustapposizione e in una dialettica interna al testo che ci racconta del duplice rapporto d’amore tra madre e figlia, un rapporto stratificato nelle sfaccettature del sentire emotivo. 

La lingua del testo, composta da Maria Grazia Calandrone, è una prosa poetica che racconta la precisione dell’esperienza attraverso la capacità ermeneutica della poesia. 

Il flusso riporta a una dimensione sospesa in cui Madre  afferma la non esistenza della realtà contrapposta alla parziale presenza di punti di vista, il pubblico è accompagnato in una storia che tocca l’oscenità dell’io e la volontà di restare al mondo per non lasciare sola l’altra. 

Una storia in cui emergono le parole dolore e fatica, ricorrenti nel ciclo Matria che qui, attraverso la poeta, diventano mistero e volontà di non rimpiangere. 

 

14 ottobre 2021, Bologna

Politiche gestazioni e convergenza posumana | incontro

Nel pomeriggio dell’ultimo giorno di Matria, fuori dal teatro si forma una coda, sono le persone venute per ascoltare la filosofa Rosi Braidotti che conversa con Rita Monticelli e Angela Balzano iniziando la riflessione dallo spettacolo Lingua Madre

Sono tante le possibilità e le visioni affrontate, le domande che nascono sulla vita e le sue espressioni. L’ampiezza del ventaglio delle possibilità è perturbante in quest’epoca di vulnerabilità condivisa in cui il desiderio ci definisce ma ci sfugge. Con queste premesse sorgono le domande: che tipo di umano vogliamo essere? Qual è la nostra lingua madre?

La lingua, il linguaggio è già di per sé un discorso che produce significato, siamo creati da punti di origine molteplici, attraversati da tracce fonetiche che sfuggono la nostra appartenenza corporea. C’è bisogno di un nuovo linguaggio, che non sia derivativo, un linguaggio da reinventare oltre il dualismo, conservando il ricordo di com’eravamo.  Una lingua plurale, lingue delle madri e della collettività, si è alla ricerca di parole che esprimano storie e voci non rappresentate, attraversamenti che comprendano il dolore e il desiderio. 

Un linguaggio che si sta già formando e per questo ci troviamo come a balbettare per trovare i suoni che disegnano la realtà e alla conclusione di questo ciclo pensiamo a Matria come a un laboratorio, uno spazio dove sperimentare parole e visioni in divenire.