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Agire di concerto
Piersandra Di Matteo

Le giornate di We The People si presentano frenate dall’incertezza che tiene in scacco il possibile.
Di fronte al rischio di ammalarci e perdere chi amiamo, davanti alla drammatica situazione sanitaria, è difficile trovare la misura per comunicare quello che si è progettato. Altrettanto stonato appare reclamare ciò che non ha potuto e non potrà avere luogo per via della contrazione operativa che ci sta investendo. Come dare valore alla cura di idee, saperi, progetti che per mesi, e di continuo, si è sbriciolata tra le nostre mani? Cosa ne è dei tentativi di tenere fede, in piena pandemia, a un progetto che ha messo al centro le periferie, forme di reciprocazione non vincolate da parametri numerici, pratiche di riappropriazione dello spazio urbano, posture porose -tra- contesti e linguaggi?
Quello che fino all’estate appariva come una forma di resistenza possibile, oggi non lo è più. Il prezzo pagato alla produzione in termini di frustrazione e somatizzazione dell’ansia, con il surplus fantasmatico di incompiuto, ripensato, riprogrammato, cancellato, ricalendarizzato, è ascrivibile a pieno titolo a un’ulteriore accelerazione del lavoro immateriale.
Siamo certi che non si debba cedere all’imperativo “The Show Must Go On”. Non si può abbassare la guardia, né adeguarsi ai contraccolpi dettati dall’attuale cambio di paradigma. Occorre stare all’erta e segnalare faglie e fossati, issare argini alla precarizzazione delle forme di vita e alle disuguaglianze normalizzate in un batter di ciglia. Qui nasce il desiderio di presidiare distanze e assenze facilmente riassorbite nei perimetri dello status quo. Urgente, ci pare, salvaguardare il lavoro artistico sul piano estetico e gli artisti come lavoratori, rispondere agli abitanti con cui si sono tessute alleanze corporee nei processi partecipativi, fare fronte comune con le piccole e grandi realtà culturali della città.
We The People, l’edizione conclusiva di Atlas of Transitions Biennale, decide dunque di esistere e lo fa dispiegando micropolitiche dell’ascolto. Lo spettatore è qui soprattutto qualcuno che si dispone ad ascoltare, che presta attenzione alle voci ignorate o messe a tacere, pronunce singolari o collettive.
La materialità dell’ascolto che contempla perdita ed estrema presenza, l’energia delle interazioni informali, la forza delle voci, tremori e rumori, versi donati, i ritmi di narrazioni connesse a diritti non riconosciuti, attraversano in vario modo il grappolo di azioni previste dal festival. Questo teatro acustico è uno spazio agonistico di poetiche relazionali che decentrano bianchezza, eterosessualità, inadeguatezze affettive. Nell’ascolto ci si incontra come corpi, corpi che si uniscono, si assemblano – un assemblaggio – che nel suo essere ora, qui, è già sulla strada per qualcos’altro; verso un altro ascolto.